Perché no

Amo scrivere. Lo faccio per passione e per mestiere fratto due, dunque perché no.

Ho sue cose da spiegare: il mestiere fratto due e il perché no. Comincio dalla seconda espressione.

Perché no. Leggo molti blog e sui blog la pagina dove il blogger autore spiega il motivo per cui interviene sul web, scrive su cosa intende raccontare ai lettori e perché lo fa. Impostando il mio blog ri#vivi ho tentennato un po’ prima di scrivere la pagina del perché. Non per opacità dei miei pensieri bensì perché vedo un solo motivo, un po’ per tutti i blogger, quello di raccontare. Raccontare qualcosa, qualcuno, di sé o degli altri. E il tipo di racconto si può facilmente evincere dai contenuti del blog. Con ciò non dico che la pagina del perché questo blog sia superflua, penso però che potrebbe non esserci o essere sostituita con un’altra. Ad esempio con la pagina del perché no. Qui i sostenitori della facilità di lettura e della sinossi a tutti i costi non saranno d’accordo con me. Penseranno che la mia sia una posizione sbagliata poiché nel web è fondamentale sempre massimizzare la facilità di accesso ai contenuti anticipandoli il più possibile. È una posizione che rispetto ed è, lo confesso, l’origine del mio tentennamento. Si scontra però con la mia convinzione sull’amore per la lettura. Chi ama leggere non ha problemi ad intrattenersi su una pagina per più di cinque secondi. Questo è il tempo massimo citato da molti blogger come limite temporale oltre il quale un visitatore, potenziale lettore, se insoddisfatto cerca altrove il contenuto di interesse abbandonando il blog. Sono certa che molti lo facciano ma sono altrettanto sicura che molti altri potenziali lettori abbiano una capacità di resistenza maggiore di cinque secondi, e dunque siano ancora capaci di rimbalzi lenti sul web, alla ricerca dei contenuti senza che essi gli guizzino imperiosamente davanti agli occhi. È questo il motivo per cui mi dedico essenzialmente alla pagina del perché no. Perché non blog anche se comincio a metà del mio cammino. Ho 43 anni. Nell’epoca dell’apologia della giovinezza e della velocità, io ho cominciato poco più di un anno fa. Ho scritto con grande passione e molta soddisfazione sulla carta stampata, per il mensile locale ilpunto co-fondato da me nel 2002, e saltuariamente per il quotidiano l’Unità raccontando la mia città L’Aquila. Entrambi sono sospesi per motivi finanziari, me ne dispiaccio molto anche perché avrebbero potuto continuare ad essere una grande scuola. Ho scritto per il notiziario quotidiano della tv locale TvUno, anch’essa purtroppo fallita da alcuni mesi. Scrivo costantemente per il settimanale online telegiornaliste.com. Scrivo anche per chi vuole raccontare qualcosa o proporsi o raccontarsi. Scrivo molto per gli altri, soprattutto scrivo altro da me. Scrivo, dunque perché no un blog dove continuare il racconto di ciò che sono attraverso il resoconto dei miei interessi. Il nome del blog ri#vivi l’ho pensato dopo l’esperienza del terremoto dell’Aquila (6.aprile.2009 ore 3:32). Come ho scritto più volte il terremoto è una linea di demarcazione tra il prima e il dopo. È una vita diversa, una ri-vita anche attraverso la scrittura che per molti miei concittadini, forse anche per me, è stata terapeutica. E allora mi sovviene di nuovo la stessa domanda: perché no?

Mestiere fratto due. È un’espressione appendice del perché no soltanto un po’ più complicata da spiegare. Ci provo. Ho origini professionali diverse. Negli ultimi vent’anni circa ho progettato fpga (micro dispositivi elettronici programmabili) per mestiere e ho scritto per amore. Un po’ alla volta i due mestieri si sono invertiti. Vent’anni fa progettavo molto e scrivevo soltanto nel segreto di me stessa. Progressivamente, anche o forse soprattutto per la crisi economica, ho progettato sempre meno e scritto sempre di più. Oggi non progetto e scrivo soltanto. Graficamente potrei rappresentare gli sviluppi professionali che mi caratterizzano con due rampe dagli andamenti opposti, uno crescente l’altro discendente, intersecate in un punto. Di tutto questo sono preoccupata, sarei sciagurata se non lo fossi ma non sono atterrita perché credo che ognuno abbia la sua via d’uscita. La mia è nelle parole e me la sto costruendo. Dunque mestiere fratto due è la rappresentazione sintetica di una professione ancora a metà perché la devo potenziare; a metà perché intervenuta a metà di un cammino professionale; a metà perché intersecata con un altro mestiere altrettanto importante e amato in passato.

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