8. In teoria, sotto lo stesso cielo

Leggo e ascolto le argomentazioni di chi, lo scorso agosto, avrebbe voluto andare a elezioni. Leggo, ascolto e sono d’accordo. In teoria sono d’accordo. In teoria, perché la teoria è bella, dominabile, e ha il grande fascino di funzionare sempre sulla carta.

Ad un certo punto però, se si vuole renderla utile e provarne la fondatezza, la sua efficacia va calata nella realtà.

A quanti, ancora oggi, agitano ombre sul Governo, vorrei segnalare che la vita reale in qualche caso va a rotoli mentre loro sgomitano per un posto al sole sotto il cielo della politica.
Sotto lo stesso cielo, molto più in basso, diciamo dove i piedi della gente comune toccano terra, la vita scorre comunque, i problemi irrisolti ingigantiscono e, in qualche caso, si tramutano in drammi che coinvolgono persone in carne e anima. Voi avete un’anima?

Prendiamo ad esempio una vertenza di lavoro. Una qualunque delle troppe.
Se, dopo mesi di battaglie, il fascicolo approda al tavolo del Ministero e il Governo cade durante le interlocuzioni, il minimo che può accadere è la sospensione per mesi di ogni contatto fra le parti . C’è da attendere che cambi la struttura politica, dal Ministro ai Sottosegretari, poi vanno assegnate deleghe e funzioni. Successivamente la nuova struttura deve studiare le singole vertenze, comprendere lo stato di fatto di ciascuna ed eventualmente agire. Trascorrono mesi e mesi di stallo, comportando pesanti ripercussioni nelle famiglie coinvolte, appese ad un filo di speranza già assai flebile.

Durante lo stallo che necessariamente si crea nei passaggi da un Governo all’altro, le vertenze possono indebolirsi o fallire definitivamente, spegnendo speranze e prospettive di dignità delle famiglie.

@dan13van

7. Mi sono fatta un regalo. Ho donato il sangue

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Sono passati undici anni dall’ultima volta. Era il 2007. Nel mese di maggio avevo fatto l’ultima donazione di sangue. È registrato sulla mia tessera del donatore, rilasciata dall’associazione Volontari Abruzzesi Sangue, affiliata Fidas. Dopo di allora qualche piccolo imprevisto di salute e un po’ di vita tormentosa mi avevano distratta, pur non avendo mai abbandonato l’idea di riprendere a donare il sangue. Poi il ritorno al centro trasfusionale della mia città. Un prelievo e una visita approfondita per verificare il mio stato di salute e, dopo qualche giorno, ho potuto farmi il regalo della prima donazione del mio nuovo corso da donatrice di sangue.

La salute è l’impegno e al tempo stesso il tornaconto

La propria salute, poiché ogni volta il donatore viene sottoposto ad un approfondito check-up e si regala un processo naturale di rigenerazione del sangue, e la salute dei pazienti che necessitano di trasfusioni, poiché non esiste filiera sintetica che possa produrne. L’unico laboratorio in grado di farlo è il corpo umano. Ogni individuo maggiorenne, con uno stile di vita sano, può dunque mettere un po’ della propria salute a disposizione di chi ne ha meno.

Donare il sangue vuol dire esserci.

È un processo rapido, indolore e rigenerante.

Ed è soprattutto importante per la collettività. L’autosufficienza per gli ospedali e le Regioni poggia su un filo di seta benché i dati del 2017 raccontino comunque una bella realtà. Grazie alla solidarietà fra le Regioni italiane infatti, lo scorso anno è stata garantita l’autosufficienza di sangue ed emoderivati. Il 2018 sta mostrando invece un aumento del fabbisogno, pertanto i centri trasfusionali e le associazioni dei donatori sono chiamati ad una maggiore sensibilizzazione alla donazione, in particolare da parte dei più giovani. 

Bastano pochi minuti e una vita è salva 

Per sapere come diventare donatore, perché e quali sono i benefici, leggi qui

 

@dan13van 

Postpost: ho scritto questo articolo ascoltando i Negramaro con Meraviglioso 

6. Il coraggio di non arrendersi

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Scrivere di casi positivi è assai complicato ma non impossibile. Ed io vorrei entrare proprio nelle pieghe di quelle cose improbabili e incredibili, positive e ambasciatrici di nuove speranze.

dal Corriere di Torino

Se ne scrive sempre poco presi come siamo dalle tragedie quotidiane. Vicine o lontane non importa, tutte sono dentro lo schermo del televisore o dello smartphone tanto da avere in costanza nelle ventiquattrore una tragedia a portata di mano.
Tuttavia, sebbene poco visibile e a tratti non percepito, fuori dai telegiornali c’è un mondo fatto di belle persone che nel loro piccolo fanno cose importanti, per sé e per gli altri. Persone che non si lasciano avvincere dalle difficoltà, disposte ad investire molto in tempo, competenze, energie e risorse, per migliorare il proprio pezzetto di mondo.

Ne hanno parlato tutti i giornali nei giorni scorsi e la notizia circola nei media da qualche anno. È arrivata fisicamente anche negli studi di Rai3, lo scorso 9 dicembre, nella trasmissione Le Parole della settimana di Massimo Gramellini, che ha avuto ospite il chirurgo ortopedico Marco Dolfin, la sua carrozzina e Samanta, sua moglie.

La storia
La storia di Marco Dolfin è tragica e magica allo stesso tempo. Giovane chirurgo ortopedico di belle speranze, neo assunto in ospedale e neo sposo, in una brutta mattina del 2011 cade dalla moto con la quale si dirigeva al lavoro a causa di un incidente stradale. Riporta fratture multiple che lui stesso dettaglia ai colleghi che lo aspettano per essere supportati ma son costretti ad accoglierlo in Pronto Soccorso trasportato su una barella. Sembra la fine di tanti progetti di vita ma così non sarà. È l’inizio di un percorso durissimo di recupero, riabilitazione e coraggio.
Samanta, messi da parte i sogni radiosi di giovane sposa, fa della cura di Marco la sua ragione di vita, pur continuando a lavorare come infermiera. Durante i mesi trascorsi all’unità spinale a fare fisioterapia dopo una serie di interventi complicati, gli sposi alternano speranze e disillusioni ma, come dice Marco in un’intervista di qualche tempo fa, “a tempi alternati” perché è davvero dura recuperare una nuova quotidianità e conquistare altre consuetudini. “Vissuto dall’interno è un universo sconosciuto“.

Ma sono soltanto le gambe, dal bacino in giù a non essere più in grado di assolvere al loro mestiere. Gli arti superiori, le competenze, la professionalità e soprattutto la vivacità d’animo sono gli stessi di sempre. Quindi Marco decide di non rassegnarsi a recuperare soltanto una parte delle sue possibilità in ambito della chirurgia ortopedica, quelle cioè consentite dalla posizione da seduto. Vuole tornare ad operare adoperando la completezza delle proprie competenze quindi, insieme con Alessio Ariagno, amico e tecnico dell’Officina Ortopedica Maria Adelaide, progetta la carrozzina perfetta per le sue esigenze, in grado di sostenerlo nel tronco, in posizione eretta grazie con un sistema di cinghie, azionabile da un joystick che il dr.Dolfin comanda con il gomito, per non compromettere la sterilità dei guanti in sala operatoria. Sterile anche la carrozzina che, durante gli interventi, viene rivestita da panni sterili, e bilanciamento perfetto in posizione eretta, qualunque sia la tipologia di intervento in corso e qualunque “attrezzo” Marco Dolfin maneggi, dalla sega allo scalpello.

Tutto ciò è ormai una consuetudine nei corridoi dell’Ospedale San Giovanni Bosco a Torino ma così non fu all’inizio. Stupore e diffidenza fra i colleghi e fra i pazienti sono stati il secondo muro da abbattere dopo quello logistico del mezzo per consentire al chirurgo ortopedico Marco Dolfin di stare in piedi in sala operatoria. L’ausilio particolare della carrozzina verticalizzabile è ormai soltanto lo sfondo delle sue giornate, anche se costringe lui e Samanta a consuetudini casalinghe piuttosto impegnative. Ad esempio negli orari. Per essere operativo in ospedale alle 8 infatti, Marco e Samanta iniziano la loro giornata alle 5 del mattino.

Eppoi c’è lo sport
Marco Dolfin è anche un campione di nuoto plurimedagliato e si sta preparando per le prossime Paralimpiadi. Tenacia, determinazione e coraggio sono il nutrimento dei suoi numerosi successi, nella vita come nello sport. Nuotava in piscina sin da bambino ma soltanto dopo l’incidente ha fatto dell’acqua il suo vero elemento naturale, tanto che nel 2016 ha partecipato alle Paralimpiadi di Rio, posizionandosi al quarto posto.

Guarda l’intervista a Marco Dolfin su Ability Channel 

Esoscheletri alla Rewalk Race
La storia di Marco Dolfin non è l’unica storia bella di persona che dopo un grave incidente sia tornata a recuperare appieno la propria vita e le esperienze sportive grazie ad ausili moderni e tecnologici come gli esoscheletri.
Lo scorso settembre infatti, a Brescia, si è svolta la Rewalk Race, una corsa cittadina lunga 1100 metri organizzata in occasione del trentennale della fondazione della Casa di Cura Domus Salutis. Accanto ai normodotati, per i quali il percorso era di 6 chilometri, correvano sul percorso ridotto nove atleti, con l’ausilio di un esoscheletro che permetteva loro di partecipare in posizione eretta.
«È un’emozione indescrivibile guardare di nuovo una persona alla stessa altezza e non più dal basso verso l’alto». Come spiega Luciano Bissolotti, fisiatra nella clinica di Brescia, Rewalk fa parte di quella categoria di esoscheletri robotizzati che permettono alle persone affette da una lesione midollare, ovvero prive della funzionalità motoria negli arti inferiori, di tornare a stare in piedi.

Cos’è un esoscheletro
Gli esoscheletri sono dei robot indossabili nati per scopi militari e diventati delle macchine sempre più sofisticate in grado di ‘restituire’ le gambe a chi non può più farne uso. I costi ne hanno finora limitato la diffusione. Negli ultimi anni tuttavia è cresciuto il numero di ospedali e centri di riabilitazione che li utilizzano.

L’esoscheletro si attiva con un complesso sistema di sensori che dipendono dalla patologia della persona.

Ma non si tratta soltanto di carrozzine atte a sostenere il tronco a causa della perdita dell’uso delle gambe. Si tratta di esoscheletri anche per singoli arti, provenienti da ricerche molto avanzate in campo tecnologico e realizzate anche per applicazioni in ambito spaziale.

Per approfondire sulla tecnologia

Per approfondire sui centri specializzati in Italia

Ciao,
a presto
@dan13van

Post post: il sottofondo musicale a questo articolo è stato L’istrione di Charles Aznavour

5. Cosa c’è dietro

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Osservare dall’interno e scoprire le ragioni sono il vero interesse.

Preferisco parlare di altri, più spesso di altro, in particolare di quel che non traspare.
Quando qualcosa accade per tutti è all’inizio della sua fine, è per questo che guardo dentro, osservo dalle retrovie il costo della preparazione, andando alla ricerca delle ragioni e delle triangolazioni. Seguendo il filo dei momenti che non esistono, perché in un mondo mosso e spesso dominato dalle vanity metrics  quel che non appare o non è enumerabile irragionevolmente non conta.

Osservare cosa c’è dietro è l’esercizio al quale preferisco applicare il mio impegno, per dare corpo e dimensione all’immagine finale, di un successo come di un fallimento.

Il perché ragionato delle cose è la grande lacuna collettiva della nostra epoca.

La vera anima dei prodotti, degli eventi, delle professioni, troppo spesso sfugge sovrastata dall’apparenza. Utilizzando un servizio oppure partecipando ad un evento, quel che davvero è interessante sapere è cosa c’è dietro. Come si arriva al risultato finale di un prodotto, di un servizio o cosa vuol dire e come si è arrivati ad esercitare una professione.

Di una mostra di opere pittoriche osservate i quadri? Si, naturalmente le opere sono la prima cosa tuttavia sono il risultato finale di un progetto sofferto e faticoso, che dura da settimane quando non da mesi, coinvolgendo molte persone oltre all’artista. Tutto questo è la mostra oltre al fermo immagine delle opere esposte, dove il tempo sembra non esistere. La scelta del luogo, la logistica dell’esposizione, l’organizzazione del trasporto e la collocazione secondo un percorso artistico identificativo e riconoscibile.
Quanto lavoro c’è dietro una recita a teatro, quante persone sono coinvolte in un musical fra artisti e maestranze, quanto c’è dietro l’apparenza.

E continuando, per i prodotti e i servizi ciò che davvero è importante sapere è a quali esigenze rispondono, e quali necessità soddisfano. E le esigenze sono davvero reali oppure soltanto latenti o addirittura indotte? Chi le esprime quale bisogno ha?
Riuscire a rispondere a queste domande partendo dall’osservazione semplice di un prodotto vuol dire capire un flusso di progettazione e poi di realizzazione.

E quando si parla di flussi di progettazione e di realizzazione, di un servizio o di un prodotto o anche di un’opera d’arte, si entra nella vita delle persone, delle loro competenze, della modalità e del luogo di lavoro. Quando si ha a che fare con le persone si ha a che fare con le aspirazioni, i sogni, talvolta le illusioni dei singoli o di interi team.

Sapere cosa c’è dietro significa affrontare la complessità. In ogni settore, dall’artigianale all’industriale, dal manufatturiero alla tecnologia spinta, malgrado i processi siano standardizzati e meccanizzati, dietro c’è sempre il genio umano.

Persone con delle idee, che studiano, analizzano e creano, in un percorso professionale spesso accidentato, alla scoperta di mondi nuovi dove poter competere.

Cosa c’è dietro è dunque un’indagine intesa in senso positivo e propositivo, per non fermarsi alle apparenze, per approfondire, scoprire e capire. Un po’ come nel viaggio fantastico immaginato da Jostein Gaarder Cosa c’è dietro le stelle?

Ciao,
a presto

@dan13van

Post post: il sottofondo musicale a questo articolo è stato Ti fa stare bene di Caparezza

4. Lettera a Enzo Rasi

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Da qualche settimana ho ricominciato a frequentare questo blog in permanente fase di rivisitazione, con l’obiettivo di recuperare la mia presenza nel web in maniera un filo più costante, determinata e resiliente di come sia stata in passato.
Prima di ciò leggevo con interesse nella blogosfera attraverso inneschi casuali di link, da una pagina all’altra seguendo i suggerimenti dell’autore. Tuttavia, per esserci in presenza bisogna anche, prima durante e per sempre, coltivare l’assenza. Ho quindi strutturato l’esercizio di lettura dei vari blog che seguo da tempo.

Cercando in rete fonti interessanti mi sono imbattuta, un paio di giorni fa, nel blog Omologazione Non Richiesta di Enzo Rasi, colpita in particolare dal lungo articolo intitolato Una Cosa senza senso – ORIGINALI. Ho letto con attenzione, condividendo molto, riflettendo su alcuni miei obiettivi intercettati dalle parole dell’autore, trovando condivisibili alcune posizioni che Enzo Rasi, analizzando la propria esperienza di blogger, definisce “diversità culturali e concettuali rispetto alle mie“.
Le diversità mi interessano, ho la tendenza ad interpretarle in un’accezione positiva sebbene spesso mi risulti complicato sostenere il confronto, per mio difetto di sufficienti competenze e conoscenze.
Le parole che nel post Una Cosa senza senso – ORIGINALI mi hanno indotto a pigiare il tastino segui sul link del blog di Enzo Rasi, sono le ultime, crude, sincere, provocatorie, rivelatrici: “Noi come generazione di blogger siano al novanta per cento dei cafoni virtuali senza speranza e senza cultura, dirlo, riconoscerlo e farsi da fare per imparare qualcosa è il primo indispensabile passo“.

Ritenendo al momento assolutamente inessenziale la mia presenza nel web e avendo come obiettivo primario la mia crescita personale, ho ritenuto che il blog di Enzo Rasi potesse essere una fonte primaria di conoscenze. Rivelando contestualmente a me stessa, una mia grande lacuna: non sapevo chi fosse Enzo Rasi.

Poi ho ricevuto una sua email.
Un lungo e articolato commento al mio post 3. ri-Scrivere online per un blog: io sto facendo così.

Ho letto e riletto le sue parole. Ho riflettuto, suddiviso i passaggi e sottolineato i concetti cardine in base alla mia sensibilità. Qui di seguito proverò a rispondergli, con grande semplicità e qualche preoccupazione. Perché Enzo Rasi è entrato nella sostanza del poco di mio che aveva letto, più di quanto abbia saputo fare io.

Dalle prime due righe del suo commento ho tratto la prima lezione, di umiltà, dove mi definisce ‘blogger’ e fa riferimento alle mie ‘premesse’, evidentemente ritenute, forse a ragione, assai pretenziose. Non mi sento una blogger, sono consapevole di non esserlo. Anche a me il presenzialismo fine a se stesso inquieta e mi appartiene poco. Indugio sugli articoli se li trovo interessanti ma anch’io, come Enzo Rasi dice di sé, raramente commento, soprattutto non lo faccio senza aver nulla da dire.

Fai in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio (Dionigi il Vecchio)

Dunque non sono una blogger ma mi affascina l’idea di poterlo diventare. Una piccola vanità forse, sempre presente, per tutti, quando ci si espone pubblicamente, malgrado io preferisca definirla ambizione.
Nella vita reale ho molto a che fare con il digitale in vario modo, ora vorrei maneggiarlo con maggiore destrezza, esplorando ambiti finora soltanto lambiti per curiosità, usando le parole delle quali amo la potenza. Ho usato molto le parole, anch’io ho scritto migliaia di righe ma per la gran parte sulla carta stampata. Ora, di nuovo, voglio farlo qui. Non letteratura, quella la lascio a chi sa farla per poi trarre il massimo piacere dalla lettura.
Ha ragione Enzo Rasi quando descrive il mio piccolo blog un ‘diario personale‘. Per molto tempo è stato soltanto questo, un quaderno morbido con i bordi un po’ ingialliti, dove annotare pensieri, incontri e riflessioni, nel quasi totale anonimato. Quasi come con carta e penna in solitudine. Anche per me, infatti, vale da sempre ciò che il mio gentile interlocutore definisce scarso esercizio di tecnica sovrastato da una più affascinante ‘predisposizione naturale alla scrittura‘. La mia molto meno matura rispetto alla sua.
Forse rivivi è ancora solo un diario personale tuttavia mi piace pensare di poterlo condurre verso un mutamento, del quale al momento, nella mia mente, risulta abbastanza definita la direzione a svantaggio delle modalità. Voglio che sia un piccolo laboratorio di parole e di contenuti che ho chiamato workroom. Sarà utile per me, sperimentale per i miei obiettivi reali. E spero di non deludere chi avrà la curiosità prima e la pazienza poi di seguirmi.

Ringrazio Enzo Rasi per l’email della quale ho riportato soltanto qualche breve stralcio. Non la renderò pubblica per custodirla, poiché la considero il mio battesimo nella blogosfera. Lo ringrazio per avermi dedicato attenzione e il tempo necessario alla lettura e alla composizione della lettera. Gli rispondo qui pubblicamente e lo farò anche in privato. E continuerò a leggere con grande interesse le sue parole, cercando di meritarle al punto da coglierne la sostanza, perché, nel suo caso più che nel mio, ‘la storia è tutta dentro la scrittura‘.

@danvan