Nella mia scatola di latta

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È passato. Salutato il 6 aprile del 7° anno si ricomincia. Si deve ricominciare perché la vita scorre e il tempo non si può intrappolare. Appartiene soltanto a se stesso.
Il pessimo umore del giorno prima, come un presagio come il nero, e il senso di Vuoto che non si può riempire perché già colmo di sé e del nulla, li ho richiusi in una scatola di latta. La mia preferita, quella con i disegni vintage in cui prima conservavo i biscotti e ora custodisco i dolori.

Così ammaccata dopo averla estratta da sotto i calcinacci, mi piace di più.

La uso come uno scrigno perché i Demoni del terremoto e il Vuoto che si ripresenta identico ad ogni anniversario sono sofferenze dal valore inestimabile. Vanno custodite da chi le ha vissute. Protette da chi cerca di oltraggiarle e tutelate da chi pensa di svalutarle.
I Demoni e il Vuoto ereditati da quella notte furiosa del 2009 sono autentici e preziosi, ci scorrono nelle vene e hanno un posto incancellabile nella nostra memoria. Vanno preservati ma anche vissuti con cautela perché possono avvelenare. I Demoni e il Vuoto ci appartengono ma non dobbiamo consentire loro di annientarci.

Il rischio esiste.

Perché un dolore così straziante e alienante può infettare il vivere consumando ogni istinto di ripartenza. Perché abbandonarsi alla sofferenza talvolta è un rifugio tanto tormentato quanto accomodante. Non impone lo sforzo del rinnovamento. Non costringe a fare di una mera sopravvivenza la vita. Non impone di lottare per qualcosa. Annulla senza affaticare.
Ma chi è sopravvissuto al terremoto ha il dovere di vivere e di far rivivere la città. Per i 309 aquilani che quella notte non ce l’hanno fatta. Per gli aquilani che quella notte non erano ancora nati.
E allora Demoni e Vuoto vanno riposti nella scatola ammaccata. Lì rimarranno per i prossimi 364 giorni, custoditi e placati fino al prossimo anniversario.

@dan13van

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I voli impediti

Quella strana sensazione di essere sul punto di una svolta, sai che puoi lanciarti in un volo in cui la probabilità di un buon approdo è di gran lunga maggiore dell’eventualità di una caduta rovinosa ma …. improvvisamente al vento manca la forza di sostenerti e devi rimandare. Peggio quasi di vedersi mancare l’appoggio di una situazione stabile. Peggio di certo rispetto alla consapevolezza di non avere possibilità, perché sai di averne ma non riesci ad afferrarle per cause terze, esterne e inafferrabili.

Da qualche tempo ascolto da persone diverse il racconto di questo tipo di sensazione. Tutte le storie sono legate al lavoro. Alla perdita del lavoro e alla costruzione di nuove opportunità alle quali tuttavia manca il contesto per potersi realizzare. Per esperienze personali, sono sensibile all’argomento e mi addolora guardare la rassegnazione negli occhi di persone che potrebbero e vorrebbero dare ancora molto alla società, all’economia del territorio ma trovano soltanto porte chiuse. Il mantra che spesso sentono ripetere dice che la situazione economica generale sta migliorando. Forse in prospettiva è vero ma non corrisponde alla situazione contingente di molti, donne e uomini, madri e padri, in crisi occupazionale ancora oggi.

Gli annunci sono costruiti per il mezzo di parole e le parole, per rispetto di chi le riceve, andrebbero usate con maggiore saggezza, soppesate ed elevate dalla condizione di mera trasposizione linguistica della tifoseria politica.

Tutto qui.

@dan13van

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Primo post via email

Il titolo è quello tipico di una prima prova con un nuovo strumento tecnologico. In effetti è abbastanza così infatti, questo è il primo post che tento di inviare via email. E se lo stai leggendo vuol dire che ci sono riuscita e che assai probabilmente seguiranno altre pubblicazioni per la medesima via.

Finora non ho utilizzato questa funzione perché non sono una "smanettona" perciò, mai sicura del risultato, ho rinunciato piuttosto che veder pubblicato qualcosa che non mi soddisfa o disastrosa al punto tale da procurarmi un’ansia da cancellazione_post_prima_che_sia_possibile. Tuttavia, la possibilità di postare piccoli articoli, pezzetti di vita e riflessioni attraverso un semplice indirizzo email, mi consente di slegare il blog dalla stretta necessità di essere comodamente seduta davanti al pc e, di conseguenza, di interagire più frequentemente.

Dunque, se l’invio esperimentale che sto per fare andrà a buon fine, altri, molti altri, seguiranno.

Primo post via email: 3,2,1 go

@dan13van

Traballando s’impara

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Un vecchio adagio che mai sarà desueto recita: Sbagliando s’impara.                           Da aquilana potrei declinarlo con Traballando s’impara.

Sì, perché da qualche giorno i sismografi registrano piccole scosse a intervalli di qualche ora, mentre il pensiero torna allo sciame sismico precedente al terremoto del 6 aprile 2009.

Sì, perché il traballìo provocato dalle demolizioni degli edifici da ricostruire fa tremare i polsi e trattenere il fiato a chi abita nelle palazzine adiacenti.

Potendo scegliere fuggirei altrove, dove i piedi, i mobili, i muri, i tavoli, le sedie, gli schermi dei computer siano ben poggiati, immobili e immutabili. Ma per necessità, per dovere e, in fondo, anche per volere, traballando imparo o si tento di farlo se possibile, con tutto il coraggio di cui sono capace, a dominare la paura. Quella che contorce lo stomaco e trattiene il fiato nei polmoni, come in preda al delirio di farne scorta. Quella che preme sul petto impedendo al torace di espandersi liberamente, con morbidezza come fanno i pensieri felici.

Traballando s’impara a guardare con occhi di speranza la città che pian piano ritrova se stessa, pur trovandosi cambiata nelle sembianze e nella sua essenza.

Ma io resisto perché ho una certa affinità con il traballìo. Traballano i miei obiettivi, traballano le mie speranze, spesso anche i miei sogni quando la luna non mi mostra la sua faccia felice.

@dan13van

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Tutti gli abiti del monaco

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Non scriverò di un monaco vero ma di un uomo dall’apparenza sobria e dimessa, quasi timorata, dietro la quale si celano anime diverse, variamente colorate in chiaroscuro, e doti straordinarie di camaleontiche sembianze.

È un uomo del quale non farò il nome né darò dettagli riconoscibili poiché non sarebbe interessante. Lo è invece lo sbigottimento che ha suscitato in me fare la sua conoscenza personale, dopo aver letto e riletto alcune sue riflessioni colte e profonde e, in altri tempi, averne apprezzato l’eloquio forbito.

Ho scelto di intitolare questo post “Tutti gli abiti del monaco” in quanto ero convinta che i monaci, e lui ne ha l’aspetto pur se nella laicità, avessero un solo abito, sempre lo stesso, in ogni occasione e al cospetto di chicchessia. Ahimé, ciò vale soltanto per i monaci veri e chissà se davvero per tutti.

Torno al mio monaco apparente diversamente razzolante.

L’ho conosciuto quale raffinato oratore alcuni anni fa, quando rapiva le platee elaborando riflessioni sui diritti del lavoro e dei lavoratori. Erano gli anni precedenti la crisi economica globale, quella che ha disperso le platee risalenti agli anni, non così lontani, quando parlare di dignità e diritti dei lavoratori non risultava pretenzioso o quasi blasfemo come è ora.

Poi l’ho perso di vista per ritrovarlo alcuni anni dopo sul web.

Dall’immaginetta del profilo la prima cosa evidente era il cambiamento fisico. Le gote meno piene e qualche filo bianco fra i capelli un po’ diradati. Anche gli argomenti erano cambiati o meglio, erano meno settoriali. Aveva ampliato il suo sguardo all’intera società e ai suoi cambiamenti, che analizzava e raccontava a volte in chiave letteraria. Pubblicava in rete piccoli romanzi del quotidiano. Narrazioni eleganti intrise di citazioni colte, grazie alle quali ho ritrovato il raffinato oratore che ricordavo, capace anche sul web di coinvolgere una lunga schiera di lettori.

Nelle vesti di oratore e di scrittore, avevo imparato ad apprezzarne le conocenze, la dedizione allo studio delle vicende umane e delle mutazioni sociali avvenute in conseguenza di importanti accadimenti e dell’evolvere delle generazioni.

Recentemente ho avuto occasione di conoscerlo in veste di professionista.

Sono entrata nel suo studio, gli ho stretto la mano – piacere di conoscerla – gli ho chiesto il servizio per cui ero lì. Seduta di fronte a lui avvertivo un lieve disagio. Lo addebitavo alla consapevolezza di non essere alla sua altezza culturale, di non dominare il linguaggio tecnico corretto circa le normative per le quali richiedevo la consulenza.

Nelle mie attese c’era di essere accolta con gentilezza e cortesia. Nelle mie attese c’era di essere messa a mio agio e di farmi sentire al suo pari. La sua ‘altezza’ culturale e professionale glielo avrebbe consentito.

Ma non è andata così.

Mi ha chiesto le generalità e, a sentire il mio cognome – siamo in una piccola città dove alcuni cognomi sono assai diffusi – ha scherzato un po’ (abbastanza troppo ritenevo) sulla mia provenienza di paese. Non mi è chiaro se fosse un modo un po’ maldestro di rompere il ghiaccio, come si suole dire, oppure se mi canzonasse con una lieve nota di snobismo. Mi era invece chiaro l’aumentare del mio disagio, al quale si è aggiuto quel po’ di imbarazzo che bastava a sperare di finire presto e uscire da quella stanza prima possibile. Sulla sua figura vedevo sbiadire l’aura di autorevolezza che avevo costruito negli anni, affastellando i suoi scritti alle oratorie.

Dalla cartellina che avevo con me, trassi i documenti necessari ad espletare la pratica. Ed anche sulla cartellina mi sono sentita canzonare. Eppoi sulla mia scarsa conoscenza delle normative attinenti alla mia richiesta, forse eccessivamente banale per lui. Era infastidito dalla mia ignoranza, tanto che dopo il lieve disagio e l’imbarazzo, cominciavo a provare un senso di irritazione quasi molesta, per la rivelazione di arroganza di quell’uomo dall’aspetto monacale.

Chissà se anche lui si è sentito tradito dall’aspetto simil-professional del mio tailleur pantalone! Forse la delusione è stata reciproca. Forse da me si aspettava la richiesta di un servizio ben più adeguato alla sua comunque-confinata-nel-mondo-finito cultura? Se è così mi fa piacere. Siamo pari.

Nella mia considerazione rimane un pensatore autorevole ma un pessimo interlocutore.

Almeno per me.

@dan13van

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